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Attentato di Parigi: la joie et la douleur

Oggi mi sento di scrivere una cosa che molti non capiranno.

L’attentato di Parigi non mi ha sconvolto.

 
Non ho avvertito quel senso di sgomento e di paura che ho letto in questi giorni nei blog e sui social. A me non ha tolto le certezze come a voi.
Ho sofferto e mi sono dispiaciuta per tutti quei ragazzi a cui hanno spezzato la vita improvvisamente. Ho provato compassione per i loro genitori. Ho sentito salirmi la rabbia al pensiero di quei giovani indottrinati e addestrati alla morte per spargere il terrore e portare avanti una guerra che nasce dagli interessi economici invece che dagli ideali religiosi come vorrebbero farci credere.
Ma io non mi sono sentita così scossa nel profondo e così spaventata ad uscire di casa, a viaggiare, a riprendere la mia vita normale. Non perché io sia una persona crudele, fredda o insensibile.
Semplicemente perché io sono una zeroquarantotto.

Molti, per loro fortuna, non sanno nemmeno cosa significhi vedersi assegnare questo codice e doverlo portare sempre con sé.
Con il codice 048 ci si riferisce ai pazienti che sono esentati dal pagare le prestazioni sanitarie e i farmaci legati al trattamento delle “patologie neoplastiche maligne o da tumori dal comportamento incerto” e degli accertamenti diagnostici ritenuti necessari dal medico curante per la valutazione dell’andamento della malattia.
In quella frase “patologie neoplastiche o tumori dal comportamento incerto” sta il senso di tutto.

Io con l’incertezza della vita ci combatto dal 6 agosto 2015. Quel giorno ho perso il mio centro.
Sono stata investita da un tornado che ha sconvolto la mia vita e quella della mia famiglia. In pochi giorni il delicato equilibrio raggiunto a fatica in poco più di quarant’anni è andato in pezzi. Mi sono dovuta abituare a nuove forme di me e del mio corpo, ho cambiato il modo di pensare al futuro ed ho dovuto affrontare il dolore, la malattia e la paura.
Quella più grande, che ci portiamo dentro dalla nascita, ma neghiamo con tutte le nostre forze perché nessuno ci ha mai insegnato a considerarla parte della vita e ad accettarla come facevano molte civiltà del passato. La paura di morire.

Non significa che siccome ho un tumore, dell’attentato di Parigi non me ne frega niente, perché la mia vita vale meno della vostra che siete sani. E’ che mi sono dovuta abituare all’incertezza del futuro, a non fare programmi a lunga scadenza e a capire che bisogna vivere ogni attimo come se fosse l’ultimo.
Ma la cosa più importante che ho capito in questi mesi, è che noi non abbiamo nessun potere sulla vita e sulla morte, non possiamo decidere quando succederà, né possiamo vivere con la paura che accada prima di quanto sperassimo.

Si può tornare a viaggiare dopo l’attentato di Parigi?

Di cose ne sono state dette e scritte tante dopo questo attentato. Io non ne capisco molto di politica e di terrorismo, non so nemmeno quale sia la soluzione a questo enorme problema che si è creato tra civiltà e religioni diverse.
So solo che quelli della mia generazione qui in Italia sono nati e cresciuti nella certezza, lontani dagli orrori della guerra e gli stenti della miseria. Questo ci ha reso più deboli, più immaturi e più timorosi rispetto ai nostri nonni. Di conseguenza non troviamo nemmeno le parole per tradurre questa situazione in termini adatti ai nostri figli. Siamo combattuti tra spaventarli intimando loro di stare attenti e non frequentare luoghi affollati o rassicurarli dicendo che tutto continuerà come prima e si può viaggiare, andare in metropolitana o al parco.

Ieri ho letto l’articolo di Michele Serra che parlava della libertà e di come possono uccidere le persone ma non la libertà. E’ vero, noi che abbiamo respirato la libertà fin dalla nascita, non possiamo più rinunciare ad essa. Fa parte di noi e del nostro essere.

Dopo l’attentato di Parigi dobbiamo imparare a convivere con la paura e con l’incertezza, come sto facendo io con il mio cancro, e andare avanti.
Dobbiamo continuare a viaggiare, a prendere l’aereo, andare a Parigi, a Londra, a Roma con i nostri bambini. Non possiamo rinunciare ai concerti, ai teatri, ai musei perché farlo sarebbe smettere di vivere. Saremmo morti dentro, senza esserlo veramente.
Dobbiamo spiegare ai nostri bambini che il male fa parte della vita, come la morte e la sofferenza. Non possiamo evitarli e non potranno farlo nemmeno loro. Dobbiamo insegnargli ad essere abbastanza forti per affrontarlo. Grazie alla mia malattia, io ora so che, quando la vita ti chiede di essere forte, non hai altra scelta che trovare la forza dentro di te. Se io posso affrontare il cancro, i miei figli potranno affrontare questo mondo pieno di problemi e questa guerra insensata come tutte le guerre.

 Noi a Parigi sotto la torre Eiffel

About Luisa Roncarolo

E’ più facile dire quello che non sono, piuttosto che quello che sono diventata. Non sono single, non sono trendy e non sarò mai una fashion blogger. Non fotografo tutto quello che mangio e non ho il fisico per i viaggi estremi. Non amo le automobili, preferisco i treni e quando posso vado in bicicletta. La mia famiglia viaggia sempre con me e questo voglio raccontare.

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15 comments

  1. 048… non sapevo nemmeno esistesse. Non ho parole da aggiungere alle tue, solo un grazie per la tua testimonianza, e un infinito mi dispiace. Sei forte! …

    • Nemmeno io conoscevo questo foglietto con il codice, finché non me ne hanno assegnato uno e mi hanno detto di portarlo sempre con me. E’ diventato una specie di simbolo. Grazie a tutti voi che leggete quello che scrivo, in questo periodo per me è terapeutico.

  2. Conosco quel codice. Quando la persona a me vicina che ce l’ ha si triva a spiegare cosa è dice che non è niente, solo un modo per non pagare le medicine. Ammiro molto la forza di questa persona 🙂
    Un abbraccio grande!

    • Nonostante il mio tumore al seno non sia più un segreto per nessuno, visto che ne avevo già parlato sul blog, il codice lo tengo nel portafoglio un po’ nascosto, quasi me ne vergogno. Forse perché è una specie di promemoria che sta lì a ricordarmi la malattia.

      • Credo ci voglia del tempo ad accettare e capire. La persona in questione ha avuto un brutto tumore al seno a 45 anni, dopo aver partorito il suo ultimo figlio. Adesso ne ha 75 e ne parla in altro modo, non si vergogna, ci ride su. Ma sono appunto passati trent’ anni e ha un’altra età 🙂
        Coraggio che andrà sempre meglio 🙂

        • Dopo trent’anni certo lo guardi con più distacco che dopo tre mesi. Comunque grazie di avermelo detto, questa persona si aggiunge ai tanti che conosco che hanno vinto la loro battaglia e noi che stiamo ancora combattendo abbiamo bisogno di esperienze positive.

  3. È bellissimo questo post. Anch’io sono una 048… ho tolto un tumore alla tiroide – e la tiroide! – nel 2012 quando mio figlio aveva 3 anni e mezzo. Capisco quello che provi. Vedrai, ce la farai anche tu. E viva i controlli che si fanno per la prevenzione: anche se spaventano, salvano molte vite. Un abbraccio, Anna

    • Grazie! Chi ci è passato può capire bene cosa si prova e penso che molte emozioni siano comuni. Sono convinta che bisogna parlarne e non nascondersi come si faceva un tempo per confrontarsi e sostenersi. Inoltre è importante far avvicinare anche gli altri, i “sani”, alla malattia perché riescano a comprendere ed ad aiutare i loro amici e parenti che ne sono affetti.

  4. Eccomi! Anche io sono una 048 di 33 anni. Qst codice mi accompagna già da 3 anni x un tumore maligno della pelle! Forzaaaaaaaaaaa!!!!!

    • Ecco un’altra giovanissima 048. Grazie per essere passata di qui e aver lasciato il tuo commento. Sono felice di condividere con voi la mia esperienza. Un abbraccio a tutte le 048 che hanno letto questo post!

  5. Gioia, mi fa tanto piacere il modo con cui lo racconti, perché è una santa verità che nella vita ci scordiamo: tutto è incerto.
    Poi vorrei ricordare che noi da bambini siamo cresciuti negli anni di piombo: io andavo dai nonni in Polonia e la gente mi chiedeva: ma come fate in Italia, con i terroristi, gli attentati, le Brigate Rosse. E io ero bambina e dicevo: boh, che ne so delle Brigate Rosse, io vivo a Tortoreto. Pochi anni fa ho letto I giorni della rotonda di Silvia ballestra, sono sicura che mariteto ce l’ ha e se non ce l’ ha, leggetevelo. Ecco, io pensavo che le cose succedessero a Roma e Milano, invece succedevano pure a San Benedetto. Per dire.
    È da genitori che le cose si vivono diversamente.

    • Barbara, che strano mi fa leggere un tuo commento sul mio blog.
      Penso che l’incertezza della vita la sentiamo ancora più forte quando diventiamo genitori, ma impegniamo tutte le nostre energie a tenerne lontano i figli. Ora mi domando se sia giusto farlo. Poi loro hanno quella leggerezza nel vivere gli eventi difficili che noi ce la sogniamo. A me il tubo del drenaggio dopo l’intervento faceva impressione, ero preoccupata di tornare a casa e farlo vedere ai bambini. Mio figlio più piccolo invece si divertiva a far camminare le bollicine nel liquido rosso come se niente fosse.
      Il libro “maritemo” ce l’ha e alcuni suoi amici sono nel libro. Poi forse non sai che è andato a scuola al liceo con Silvia Ballestra. Anche qui, in questo posto di mare nel sud delle Marche, succedono cose e nascono scrittrici. A proposito ma tu quando vieni a trovarci?

  6. Luisa, non ti conosco e ti leggo per la prima volta. Ho vissuto su tante persone vicine così tante volte quel che racconti, eppure vederlo scritto mi colpisce. Anche a me ha insegnato a pensare ad oggi, ma ogni tanto mi dimentico ancora che la vita è una. Cerchiamo tutti di fare in modo che sia un gran bel viaggio 🙂 Grazie

    • Penso che leggere queste cose colpisca perché nonostante i malati siano moltissimi se ne parla poco. Sembra come se uno si dovesse vergognare di avere il cancro e abbiamo ancora paura a pronunciare questa parola. Dalle frasi, dagli sguardi, da mille piccole cose mi sono accorta che gli “altri” fanno fatica ad relazionarsi con un malato di tumore, per questo vorrei che se ne parlasse di più e se poi aiuta anche a riflettere sulla vita ben venga. Grazie di essere passata di qui Sabina!